Aspettando Don Chisciotte

Il Cavaliere dalla triste figura torna a raccontarci una vita di illusioni, reali – più e meglio – della stessa realtà.

A Via Santo Stefano del Cacco, poco distante da Largo di Torre Argentina, il Teatro Flaiano si fa trovare come una nascosta bottega antiquaria, di cui i vicoli di Roma sono gelosi custodi. Non si tratta di acquistare oscure suppellettili di un passato nostalgico, ma di trovare perle drammaturgiche di cui i piccoli teatri possono covare la novità. Il carattere raccolto della sala, può forse aver ispirato nel 1969 il nuovo battesimo con il nome di Flaiano (prima era conosciuto come Teatro Arlecchino), omaggio alla grandezza di un malinconico intellettuale, tanto a disagio con le forme compiute, quanto in agio con l’elzeviro, il frammento, l’aforisma breve e fulminante, sulla scorta degli epigrammi e i versi satirici di Marziale e Giovenale.

Nelle note di regia dello spettacolo viene citato Michel Foucault, quando parla di Chisciotte alla guisa di un allucinatorio grafismo, come se lettore e lettera aderissero l’una all’altra, con il cavaliere ad assumere la geometria di una L o una I, magra e ossuta. L’hidalgo diviene allora espressione di una guerra tra uomo e scrittura, con il primo che cerca di incollarsi alla seconda, o viceversa: la lettera cerca di uscire dalla pagina, di sedurre uno svagato lettore per impossessarsi del suo corpo, e così liberarsi. Si può dire che la stessa operazione sia avvenuta stasera? I personaggi sono stati potenti a tal punto da uscire di scena, di sospendere il pubblico al dubbio vivificante tra spettacolo e vita?

L’operazione di Duccilli, seppure alimentata da una premessa ambiziosa, non si stacca da una concezione drammaturgica assai convenzionale. Tra un’idea di teatro come “non luogo”, sospeso tra la dolorosa illusione del sogno e il contagio che dovrebbe attecchire alla vita, rimane solo la superficie della storia come la conosciamo, seppure godibile e condita da un tono macchiettista pronto a far sorridere il numeroso pubblico. Musica a commento insistente, palco occupato in ogni suo angolo dalla paccottiglia scenica più improbabile, l’entrare e uscire continua dei personaggi: tutto ciò affolla la drammaturgia di significanti eterogenei, con l’effetto di stordire, volendo probabilmente altresì veicolare sfarzo espressivo.

Le scene più intense sono quelle “povere”, con i soli Sancho e Chisciotte a perpetuare l’equivoco della realtà, il primo proteggendo il suo padrone dalla follia, il secondo agitando per il servo le ombre calligrafiche di fantasmi che non ci sono, seppure stiano a coprire dolore e sopraffazione. Ciò malgrado il pubblico ha mostrato stasera di gradire il menù, nonostante l’eccessiva sapidità e l’accostamento di ingredienti disparati.

Uscendo all’aria umida di Largo Argentina, ci chiediamo cosa avrebbe scritto Flaiano di questo spettacolo. Il grande pescarese fece esperienza di critica teatrale tra il ventennio e gli anni sessanta, componendo sbadiglio, punzecchiatura, ironica arguzia e pigra disperazione, soprattutto quando il talento si arresta alla superficie delle cose, accontentandosi del già conosciuto.

Stasera Don Chisciotte può far ritorno alle gloriose pagine che l’hanno generato, senza temere di aver creato alcun imbarazzo al pubblico in sala.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Flaiano
da giovedì 21 novembre a domenica 1 dicembre
dal giovedì al sabato ore 21.00 – domenica ore 17.30
via Santo Stefano del Cacco 15, Roma

Essere Don Chisciotte
da Miguel De Cervantes
con Gennaro Duccilli, Maurizio Castè, Eleonora Cardei, Giordano Luci, Giovanni Sorrentino, Ariela La Stella, Antonio Maria Duccilli, Anna Grossi
scene Sergio Gotti
costumi Luana Borro
disegno luci Antonio Accardo
regia Gennaro Duccilli

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