Levitico – legge e ribellione del popolo dei migranti

teatro-verdi-milanoL’attesissimo Levitico ha debuttato il 31 marzo al Teatro Verdi di Milano: si tratta del terzo episodio di Pentateuco, ambizioso progetto de La confraternita del Chianti che si propone di sviscerare il tema della migrazione attraverso i cinque libri della Torah.

Cinque monologhi, indipendenti e slegati l’uno dall’altro, di cui due (Numeri e Deuteronomio) vedranno la luce il prossimo anno; Genesi ed Esodo hanno già riscosso successo indagando, nel primo, l’incomunicabilità sancita dalla vicenda della Torre di Babele attraverso la storia di un’immigrata che cerca di imparare l’esperanto, mentre nel secondo si ripercorre l’“esodo” degli italiani dall’Istria.

Levitico parla invece di un popolo dei migranti senza nome, I Migranti, tutti, nessuno, senza origine e senza volto, mattoni invisibili dell’economia di paesi dalla facciata pulita, aerea, funzionale e funzionante, ma in piedi grazie a loro e potenzialmente, forse, in un batter d’occhio, in ginocchio a causa loro. La confraternita del Chianti immagina il momento in cui questo popolo invisibile si coalizza, prendendo coscienza di sé per la prima volta come nuovo vero “proletariato”, accomunato non già dalla prole, ma dall’origine genericamente straniera, dalla non appartenenza, dall’identità troppo fragile; una nuova classe sociale che per la prima volta prende voce e sciopera e marcia per la città, mettendola in crisi, fermando gli ingranaggi, rendendola vulnerabile.

Marco Pezza incarna sei voci per raccontare la notte – questa notte sospesa di crisi. C’è il Primo ministro, che si presenta in carne e ossa parlando alla platea, esaltando la grandezza di questo “nostro” paese democratico, basato sulla meritocrazia e che sulla meritocrazia vuole basare anche la possibilità, per l’immigrato, di diventare cittadino: non tutti possono, bisogna guadagnarsela la cittadinanza! Ma un attentato pone fine alle sue parole, lo porta in faccia a dio, di cui, direbbe De André, “non conosciamo affatto la statura”, né il colore. Una voce off legge i comunicati dell’Esercito di liberazione degli immigrati, rivolgendosi al vero popolo, quello degli immigrati, quello che per la prima volta, unito, sta alzando la testa; sempre in off, la lettera di un bambino immigrato di nove anni al fratello più grande disperso, mentre vediamo, vestito da medico, il “pubblico ufficiale” incaricato di far uscire la verità sull’attentato dalla bocca chiusa del bimbo. Ancora in carne e ossa un organizzatore d’incontri di boxe e l’allenatore che prepara “il messicano”, occhi belli, a un incontro apparentemente impossibile.

Qui tutto converge: sull’incontro tra un bianco, rubizzo, acclamato campione in carica e un denutrito e sconosciuto immigrato. La sua vittoria, ancor più dell’attentato andato a buon fine al Primo ministro, ancor più di un dio nero, sarà il simbolo di un nuovo inizio. L’intero “popolo dei migranti”, l’Esercito di liberazione stesso, rivolge tutta l’attenzione all’esito della gara e alla sua inaudita carica simbolica. Ed è qui, infatti, che per la prima volta il migrante prende corpo, e racconta – racconta la corruzione dell’arbitro, racconta il sudore, il dolore, la fatica, fino alla vittoria. È la prima volta perché finora solo i bianchi, solo i cittadini di questo Paese Democratico hanno avuto diritto a un volto, a un corpo: agli invisibili mattoni di questa società non era concesso altro che la voce, off.

La scenografia è un ring, che occupa quasi tutto il palco, all’interno del quale, come in una prigione, si svolge tutta l’azione – forse perché la vita di un migrante è sempre vulnerabile e messa in gioco come su un ring. La boxe stessa, l’“arte nobile” fatta di sague e sudore, troppo viscerale per conoscere la bellezza, ma tendente all’infinito della grazia, la boxe stessa insomma è simbolo e insieme linguaggio di quest’esplodere fragoroso del popolo sotterraneo dei migranti, in un terremoto che sta per lacerare i muri patinati della città.

Marco Pezza si muove con disinvoltura tra i vari personaggi, le varie voci riescono ad attingere a consistenze diverse, forse un po’ caricaturali (come traspare dall’artificiosa “r” moscia del Primo ministro) grazie all’incontro della penna dei tre drammaturghi. A mancare è, forse, l’intensità di un tema conosciuto attraverso il proprio sangue o, almeno, attraverso una ricerca sul campo e una messa in gioco senza sconti di chi sceglie di raccontare di migrazioni il cui eco pare essere quello di chi attraversa il Mediterraneo, e non quello di chi si limita a doversi confrontare magari con lingue diverse, ma nella comoda rete di Shengan e mosso, nel partire, non da necessità o disperazione, quanto da desiderio e curiosità del viaggio e del confronto con l’Altro.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Verdi
via Pastrengo 16, 20159 Milano
dal 31 marzo al 3 aprile

La Confraternita del Chianti
Levitico – Pentateuco #3
da The Mexican di Jack London
di Chiara Boscaro, Marco Di Stefano, Marco Pezza
drammaturgia di Chiara Boscaro
regia di Marco Di Stefano
con Marco Pezza
voce di Francesco Boscaro
musiche originali di Lorenzo Brufatto eseguite e registrate dall’ensemble da camera Il Canto Sospeso
assistente alla regia Cristina Campochiaro
progetto grafico e visivo di Mara Boscaro
un progetto La Confraternita del Chianti
una produzione Associazione K.
in collaborazione con Teatro Verdi – Teatro del Buratto, teater Albatross (Gunnarp, Svezia)
con il patrocinio di Consiglio di Zona 5 Milano
finalista Premio delle Arti Lidia Petroni 2015/Residenza IDRA
progetto selezionato “Creative Cast Away”/Être Associazione con il sostegno di Regione Lombardia e Fondo Sociale Europeo

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