APRITE QUELLA PORTA

van-gheNon voltarti indietro è il monito che l’Oltreunpò Teatro Van-Ghè mette in scena, attraverso l’immagine di una soglia da varcare, all’interno della sua rassegna trimestrale Fragilità (in)Sicurezze Urbane.

Esistono delle piccole realtà nell’underground culturale milanese che sfuggono all’occhio dei più, ma che, forse proprio per questo, immuni dalla pressione del grande pubblico, dallo sguardo inquisitore del radical chic imborghesito, liberano una forza e un’autenticità difficili da trovare sulle scene dei grandi spazi e dei grandi nomi che tutti conosciamo.

Una di queste è l’Ambulatorio d’arte Van-Ghè che, insieme al teatro Oltreunpò ha dato vita ad una rassegna trimestrale, iniziata ad ottobre con il vernissage della mostra di Pietro Floridia, tutt’ora allestita, e che si concluderà a dicembre, intitolata Fragilità (in)Sicurezze Urbane.

Il nome “Ambulatorio d’arte” non è casuale; l’idea che il Van-Ghè – con la sua attività, teatrale ma non solo – porta avanti è quella che ci sia un’intima connessione tra l’arte, nelle sue molteplici forme, e la cura. L’arte non si limita ad essere un mero intrattenimento ludico, ma può diventare un modo per restituire realtà perdute, per accompagnare, in modo trasversale, processi e pratiche in grado di creare una soggettivazione, appunto la cura nel senso foucaultiano del termine. È questo il senso del lavoro del Van-Ghè, che unisce l’attività teatrale alla riabilitazione psichiatrica, collaborando con numerosi enti territoriali, quali CRA, CPS e centri diurni.

Tra serate di musica, degustazioni di vini, racconti, libri e poesie, che perdureranno fino a dicembre, l’8 e il 9 novembre è stato il turno di Non voltarti indietro, progetto diretto da Marco Di Stefano, da un testo di Chiara Boscaro, vincitore di Cantiere Campsirago 18, che ha debuttato al Festival Il giardino delle Esperidi nell’estate 2013.

Lo spazio scenico è ridotto all’osso: un telo bianco sul pavimento, una sedia bianca, macchinette di caffè agli angoli e una porta, bianca, chiusa. Non serve altro. Una donna, vestita rigorosamente di bianco, muove piccoli passi tremanti al di qua della scena, innalzando l’aroma e l’effetto del caffè a difesa di odori e ricordi da scacciare. La porta la separa da un uomo, per ora solo una voce, che bussa insistentemente, che vorrebbe entrare, aiutarla, salvarla, non si sa da cosa. Poi la porta, quella porta che unisce e separa, che è quasi un corpo, una pelle che mette in contatto e scherma al tempo stesso, si apre, permettendo ad un Orfeo vestito di rosso di discendere negli inferi a salvare la sua Euridice. O almeno provarci.

Per tutta la prima parte dello spettacolo non si palesa cosa sia accaduto alla donna, cosa la spinga a sigillarsi dietro la porta di una casa che chiude fuori il mondo e l’alterità. In realtà, però, ce lo aspettiamo, ne abbiamo avuto il sentore osservando la ragazza raggomitolata sul pavimento, assistendo al suo tremore, mentre fissa il vuoto e scaccia il proprio salvatore quando osa sfiorarla. E ci sembra quasi che se lo aspetti anche lui, quando lei menziona – finalmente – lo stupro subito. Non è una rivelazione melodrammatica, né per l’uno, né per l’altra. La violenza è raccontata in modo completamente diverso da come ce lo si aspetterebbe e nessun gesto tragico arriva a spezzare la scena. Il dolore emerge da piccole cose, apparentemente insignificanti: piccoli passi che avvicinano e allontanano i due protagonisti, gesti delicati, appena accennati che poi cadono nel vuoto, sguardi che si posano e si distolgono, mani che si cercano tremanti. Nessun patetismo, nessun fronzolo. Questo spettacolo racconta di come il dolore, anche e soprattutto un dolore pesante come quello di uno stupro, non faccia rumore. Non sentiamo quel boato hollywoodiano che è solito accompagnare i momenti clou delle vicende, né vediamo quei grandi strazi che fanno scena, ma sembrano sempre finti. Qui c’è tanta piccola verità. C’è il dolore che resta attaccato insieme alla voglia di lavarlo via. E poi ci sono le scarpe, rosse, che lui le lascia sulla soglia prima di andarsene. C’è lo sguardo di lui che la prega di varcare quella soglia, quel confine tra vita e morte, tra dentro e fuori, quel “tra” che è forse la vera e autentica scena della vita umana. Lui se ne va; restano lei, le scarpe rosse e la porta aperta sulla sua scelta.

I due attori, Diego Runko e Valeria Sara Costantin, hanno saputo rendere palpabile la sofferenza senza bisogno di urlarla e, proprio per questo, sono riusciti a farla emergere ancora più profondamente. La mirabile regia di Marco Di Stefano e il testo di Chiara Boscaro, finalista al Premio Hystrio 2011- Scritture di Scena_35, hanno confermato la validità dei lavori del collettivo artistico La confraternita del Chianti di cui fanno parte.

Un’occasione da non perdere, per avere una soglia da varcare, senza voltarsi indietro.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno della rassegna “Fragilità (in)Sicurezze Urbane”
Teatro Oltreunpò Van-Ghè
via privata Bastia, 15 – Milano
l’8 e il 9 novembre, ore 20.45
e continua
il 29 novembre 2013 – Teatro La Bottega di Itineraria (Cologno Monzese)
il 14 gennaio 2014 – Teatro Sala Ratti (Legnano)
il 22 febbraio 2014 – Palazzo Trivulzio (Melzo)
il 12 aprile 2014 – Auditorium della Biblioteca di Bussero

Non voltarti indietro
regia Marco Di Stefano
testo Chiara Boscaro
con Diego Runko, Valeria Sara Costantin

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