La vita è un calcolo indecifrabile

Massimo Odierna della Compagnia Blu Teatro, mette in scena per il pubblico del Teatro Studio Uno a Roma, un piccolo miracolo di scrittura e di verità teatrale.

È raro incontrare autori con una precisa idea del Teatro, associata a una idea del Mondo non consolatoria e portatrice di una verità sgradevole. Massimo Odierna è uno di questi: il teatro deve semplicemente raccontare una storia, ma allo stesso tempo guardare al fondo di un uomo sofferente che non riesce ad amare, che alla vicinanza di una persona vera preferisce la compagnia di un più eccitante mondo immaginario.

Marito e moglie decidono di pagare per una sera un toy-boy per dare sfogo alle proprie fantasie sessuali. La coppia ha da poco avuto una bimba che chiamano ogni volta con un nome diverso e subito si ha la sensazione che non si tratti solo di proteggerne l’anonimato; il loro apparente gioco appellativo denuncerà sempre più la difficoltà di scegliere per lei un nome, quindi riconoscerla come loro figlia. Anche il matrimonio sembra non essere riconosciuto. Lei chiede: Quando ci siamo sposati?». Lui risponde: «Vaffanculo le date. Io ti amo».

Osservano i vicini fare la stessa monotona vita, sulla quale confrontano la propria, istericamente percepita come imprevedibile ed eccitante. Il toy-boy è taciturno, la sua espressione assente. Lui lo paga in anticipo, gli confida di essersi chiuso spesso da bambino nello sgabuzzino: contava fino a trenta e i fantasmi scomparivano; ora non scompaiono più. La scena immaginaria di un “fantasma freudiano” è ben più seducente di una figlia di otto mesi, di una vita grigia come quella dei reietti vicini, di un ménage sentito come opprimente e tale da essere sostenuto con fantasie roboanti, accese da parte di un terzo, meglio se sconosciuto. Questo tipo di fantasma non se ne va, a dispetto dell’amore urlato continua a restare per sostenere un’angoscia insopportabile. Far quadrare i conti sulla carta è facile, il risultato è pulito –dice il lui della coppia – ma gli stessi conti applicati alla vita sono indecifrabili.

Sembra una confessione ispirata all’Andrew Hanson di Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, quando si rassegna a precipitare insieme al castello di carta della propria vita, sostenuto da conti fasulli: la vita è fatta di pezzi scompagnati che non danno mai un “me” intero. Nel finale che abilmente la drammaturgia predispone come un ordigno a orologeria, il risentimento esplode e la coppia si lascia andare a un massacro reciproco di tristi invettive. Il toy-boy rompe la bolla fatata del fantasma immaginario: «La vita fa schifo, facciamo tutti quanti schifo». L’imprevedibilità dell’incontro con l’altro da sé è sentita come una minaccia.

Scrive Massimo Recalcati, «il soggetto contemporaneo appare come sganciato dall’Altro, condizionato dall’offerta illimitata di oggetti di godimento, partner inumani, a portata di mano e di bocca, sempre a disposizione, i quali hanno rimpiazzato la contingenza imprevedibile che caratterizza invece l’incontro con l’Altro sesso». Nella scena del “fantasma” si rivela un desiderio di morte (la madre – tra gli altri nomi – chiama sua figlia Persefone): i personaggi sono esonerati da sé come soggetti, per diventare automi ridicoli, costretti a ripetere la stessa scena senza avere mai soddisfazione. La donna della coppia vuole essere presa per i capelli, vuole perdere il proprio nome, essere chiamata Lurida, vuole ridursi a oggetto feticistico per esaltare il piacere maschile, scampando il rapporto con la sua femminilità.

Gli attori giocano di acrobatico equilibrismo, tra il registro drammatico e quello grottesco, senza mai tracimare nell’ovvio della farsa, ma restando aggrappati all’angoscia di vivere dei loro personaggi con una abilità visibile solitamente in interpreti di ben maggiore esperienza. A luci spente, il pubblico applaude con convinzione. Si è divertito, allo stesso tempo ha potuto vedere allo specchio una parte di sé negletta, sofferente, forse ridicola, ma che sa di maleodorante verità. «O il teatro diventa specchio della nostra vita personale e segreta, a tutti i livelli – diceva Anna Proclemer – o saremo ridotti all’alienazione e alla nevrosi». Stasera questo tipo di Teatro, ha fatto visita allo Studio Uno.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno

Via Carlo della Rocca 6, Roma
11 – 13 marzo 2016, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 18

La Compagnia Blu Teatro presenta
Toy Boy
di Massimo Odierna
regia Massimo Odierna
con Vincenzo D’amato, Alessandra Fallucchi, Luca Mascolo

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