Le tristi parabole

india-argentina-roma-80x80L’ultimo ossimoro di Pippo Delbono, Vangelo, una produzione internazionale tra Italia, Croazia, Svizzera, Francia e Belgio, va in scena al Teatro Argentina di Roma.

«Contesto il sapere borghese, il linguaggio corrente del teatro». «Denuncio come la storia ci venga raccontata da un solo punto di vista». È con queste affascinanti e audaci dichiarazioni che Pippo Delbono, forse l’artista italiano più amato in Europa, presenta al pubblico romano la versione teatrale del suo ultimo lavoro, Vangelo, spettacolo nel quale, ancora una volta, vedremo essere dominante un’improvvisazione esecutiva forzatamente non strutturata.

Al primato di una performance fisica e a-concettuale, infatti, Delbono consegna sé e il “proprio” protagonismo, un linguaggio articolato (in parte) “povero” e urlato che prende le sembianze di una grammatica scenica intima e totalmente esposta agli umori del momento, ma che risulta da subito malauguratamente piegato su un lessico tanto lineare quanto verboso (dunque timido e incoerente con le proprie premesse).

Cercando di plasmare le antitesi della propria biografia in una dimensione poetica e sperimentale (dallo stesso autore considerata tra le migliori trasfigurazioni possibili dello spirito e della carne), Delbono intenziona in Vangelo un’esplicita alternativa all’attuale contesto di cecità culturale (contesto che in scena viene paragonato alla puzza di vecchio delle chiese frequentate dall’artista bolognese da bambino e da quegli stessi teatri da cui oggi è continuamente e fin troppo generosamente ospitato).

Innestato su una cifra stilistica ormai consueta e ricorrente, il teatro di Delbono ha però assunto i tratti della regola e del canone, quindi della norma, attraverso il “non-allestimento” di tematiche pacate (l’Amore per le madri, quella biologica e quella artistica, la Trascendenza, l’Aids) e la “monotona esposizione” di personalità assolutamente Ultime incarnate con sostanziale stigmatizzazione nei discepoli e compagni di scena Bobò, Gianluca Ballarè e Nelson Lariccia.

Nonostante le attese, Vangelo è uno spettacolo tragicamente superfluo che suscita imbarazzo misto a pudore, ma non per la deriva didascalica di una ricercata e voluta frammentarietà testuale, la quale risulta ridonante e mai patetica rispetto a un percorso artistico di continuo autocitazionismo, passando da Pasolini a Sant’Agostino, da Matteo a Marco, Luca e Giovanni per arrivare a identificare la propria «malattia agli occhi» con il calvario del Cristo.

A perplimere non è neanche il modo in cui, attraverso la drammatizzazione di SYMPATHY FOR THE DEVIL e di musiche dal trittico Led Zeppelin-De Andrè-Andrew Lloyd Webber, Delbono esprima la propria preferenza per il Diavolo/Dionisio sul «Dio dell’ipocrisia e delle stragi con costumi» con dinamiche sceniche e scelte musicali di insostenibile, scontata e mai lirica immediatezza.

Ancora, a sconcertare non è la degenerazione (non)poetica in un auto-assolutorio dispositivo di nullità drammaturgica, esemplare nel caso di una recitazione goffa e inadeguata che suscita tenerezza più che emozione, e che non può più continuare a giustificarsi richiamando esplicitamente in scena un’aria di famiglia con Pina Bausch (che sarebbe la sua seconda madre).

Quella compiuta da Delbono è la triste e comune parabola nell’industria culturale di chi, un tempo capace di turbare e tentare all’insegna dell’avanguardia, oggi non riesce a mettere in discussione le proprie certezze e le cui rappresentazioni accettano e confermano i luoghi comuni più diffusi e ideologicamente stereotipati.

Dalla convinzione di riuscire a connettersi ai comuni problemi esistenziali identificandosi con l’umanità (considerata autentica solo perché plasmata a propria immagine e somiglianza) all’annichilente auto-certezza che narrare l’umanità nel mondo attraverso la propria individualità possa realmente promuovere l’emancipazione, Vangelo mostra l’arenarsi nelle secche della banalità di chi ritiene di aver di-svelato – una volta per tutte – la propria arte come evento sociale e atto autonomo e immagina che resistere all’epoca dell’omologazione significhi recitare pedantemente in scena la formula magica dell’essere privi di condizionamenti, figli della libertà e critico dello status quo.

Dismessa ogni tendenza de-mistificatrice, il risultato di questa tristezza teatrale è l’assunzione di una funzione celebrativa dell’esistente che, per quanto possa essere presentato in maniera irrazionale, non viene mai realmente messo in crisi.

Tuttavia, al di là dei suoi aspetti moralistici e nonostante l’inconsistenza di questa ennesima operazione di scardinamento emotivo della rappresentazione, su Vangelo è necessaria una riflessione a margine, vale a dire riconoscere come la triste parabola sia avvenuta attraverso un non casuale ribaltamento. E a partire da questa considerazione la possibilità di attribuire tutta la responsabilità dello scempio al suo autore materiale pare superficiale.

Perché se è lecito, oltre che pacifico, il fatto che l’artista ligure fosse un tempo anarchico e rivoluzionario e che oggi sia diventato sacerdote (di sé), non si vede come oggi possa continuare a vedersi riconosciuta quell’eccezionalità a patire dalla quale gli viene concesso libero accesso a qualsiasi teatro italiano (indimenticabile il sold out a Pontedera con uno dei primi studi di Amore e Carne).

Questa condizione di aura con cui gli addetti ai lavori e soprattutto le istituzioni pubbliche lo adornano enfatizza ben due assenze: da un lato, quella di meriti che non siano storici e dall’altro quella dell’analogo riconoscimento in termini di credito e di investimenti che sarebbe necessario corrispondere a favore di quei nuovi sperimentatori (troppi per provare a citarne qualcuno) che di Delbono hanno raccolto l’eredità più autentica di incoscienti innovatori.

Lo spettacolo continua:
Teatro Argentina

Largo di Torre Argentina, 52
dal 19 al 31 gennaio 2016
martedì e venerdì ore 21.00
mercoledì e sabato ore 19.00
giovedì e domenica ore 17.00
lunedì riposo

Prima nazionale
Vangelo
Opera contemporanea
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic
e con la partecipazione nel film dei rifugiati del Centro di Accoglienza PIAM di Asti
immagini e film di Pippo Delbono
musiche originali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria
co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens – Centre de Création et
de Production Theatre de Liège in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologna
durata 1 ora e 50′

2 Commenti

  1. In effetti il problema non è tanto Delbono, quanto chi gli permette di fare un po’ quello che gli pare… ma i direttori artistici li vedono i suoi spettacoli prima di metterli in cartellone??

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