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Autodafé | Festival Verdi, articolo di "Daniele Rizzo" su Persinsala Teatro
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Autodafé | Festival Verdi
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Va in scena all’interno dell’ennesimo contesto formidabile, l’ultimo di Lenz, Autodafé, tratto dal Don Carlo di Giuseppe Verdi. Castigare i corpi per terrorizzare le menti, imporre il supplizio per impressionare l’immaginario, dare l’esempio per costruire la memoria, autorappresentare la propria narrazione per inscenare/teatralizzare un discorso, l’autodafé – la condanna pubblica di ogni devianza dal modello …

Libertà è responsabilità

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Va in scena all’interno dell’ennesimo contesto formidabile, l’ultimo di Lenz, Autodafé, tratto dal Don Carlo di Giuseppe Verdi.

Castigare i corpi per terrorizzare le menti, imporre il supplizio per impressionare l’immaginario, dare l’esempio per costruire la memoria, autorappresentare la propria narrazione per inscenare/teatralizzare un discorso, l’autodafé – la condanna pubblica di ogni devianza dal modello dominante (che tristemente accomuna il passato dell’Occidente alle peggiori pratiche dello Stato Islamico) – è una tra le più lancinanti testimonianze, di certo non l’unica, di come nel corso della storia l’autorità sia stata esercitata attraverso cerimoniali privi di compassione al solo fine di tracciare sulla carne degli ultimi il carisma e l’aura dei suoi amministratori.

Simbolo di una supremazia talmente assoluta, e assurda, in grado di comminare in terra il Giorno del Giudizio, nonché di dirottare l’odio e la responsabilità della paura popolare verso chi considerato sensibilmente eretico, il rituale dell’autodafé ha rappresentato in età moderna una tra le prime espressioni di un biopotere sottile ed evidente, misteroso e invadente nell’autoimporsi in funzione disciplinare.

Una tematica di stringente attualità nella riflessione contemporanea, non a caso cara a Francesco Pititto e Maria Federica Maestri, che non ci sorprende ritrovare coerente e potente in questo Autodafé, impegnata partitura melodrammatica «ispirata al terzo atto del Don Carlo di Giuseppe Verdi», seconda presenza di Lenz al Festival Verdi di Parma dopo il debutto della scorsa edizione (Verdi Re Lear).

Indagandone con grande lucidità la curvatura più politica che romantica che il cigno di Busseto ereditò da Schiller (con l’ideologica contrapposizione tra la forza emancipatrice del Marchese di Posa e il successore di Carlo V, Filippo II, l’uomo d’ordine che metterà a morte il figlio pur di dover combattere e stroncare ogni anelito di indipendenza e infedeltà), Francesco Pititto e Maria Federica Maestri impongono al libretto un’unica, manifesta e semplicisissima forzatura: nell’«architettura dello scontro tra i poteri in campo» e nell’opposizione tra la libertà che dovrebbe ammantare l’umanità intera e il dispotismo di chi si considera onnipotente in Cielo e in Terra, Lenz innesta infatti non più l’originario duetto tra il re e il Grande Inquisitore, quanto il loro tragico canto corale, dunque la comune espressione di un potere – civile e secolare, religioso e divino, oppressivo e illusorio – capace di muoversi all’unisono nel decapitare l’individualità dell’Altro da sé, ossia il Negativo e il Sensibile, in nome della totalitaria affermazione dell’Identico.

14589924_341239682895234_5544440575090532130_o 14700990_341240249561844_6312125783264318177_oTra i fonemi sonori con cui Andrea Azzali compone il lieve fragore di quella che fu un’autentica industria del dolore, l’ala napoleonica dell’ex carcere di San Francesco, accanto ai corpi di performer e cantanti disciplinati nel loop scenico ed erranti nel declamare inutilmente il perdono per il (peccato) non compiuto o l’immortale gloria del sovrano, in un ambiente costruito sulla stratificazione del frammento verdiano e sulla densa geometria cristologica di uno spazio sensibile, il pubblico si scopre atomizzato perché illuso dall’annunciata eventualità di una assoluta (ma astratta) libertà di movimento, smarrito nella impossibilità di una direzione discrezionale o univoca del Senso alla Storia, disperso nell’anelare il dominio (visivo o temporale) sull’allestimento.

Nonostante il (personalmente) non condivisibile adagiare dell’impianto operistico di Autodafé sui canoni di un complesso e aristocratico virtuosismo compositivo, è proprio conducendo il singolo – sensibile e non – a riconoscersi «vaso forato» (De rerum natura, Lucrezio), insaziabile domanda d’empatia verso la singolarità delle celle esistenziali e l’insieme della rappresentazione, che la poetica di Lenz varca le soglie del metateatrale e del site-specific per sussumere un risultato teorico sconcertante, ossia formalizzare quello che con – banale – neologismo potrebbe dirsi oltreteatro.

14702241_342703416082194_4042065895535607803_nAl suo interno, con l’esposizione agli artisti messa continuamente a rischio dalla disordinata autonomia cui il pubblico viene consegnato, appaiono in tutta la loro limpida paradossalità la sublimazione dello stretto connubio tra libertà e responsabilità, la castrazione dell’identità assoluta e la necessità del corpo sociale quale specchio per l’individuazione delle personalità, elementi che – trasfigurati nella tentazione di un contatto impossibile e nei volti nascosti mostrati solo al canto o in digitale – restituiscono il complicato snodo antropologico su cui si gioca la proposta drammaturgica di Autodafé, vale a dire il sacrificio della «follia più grande» (Lacan), l’Io, a favore del Tu e del Noi.

Un’arte dell’impazienza e della vulnerabilità, del turbamento e della sofferenza, macchiata da un latente intellettualismo, ma toccante nel restituire l’eresia contermporanea incarnata in coloro i quali, oggi come allora, sensibili e non, vengono lasciati vivere ai margini della società, violentati da un giudizio che, di fronte alla vertigine dell’abisso e dell’angoscia determinata dall’assenza di ogni norma e normalità, ne subordina l’accettazione all’obbligo di correzione o all’estirpazione, comunque a un eterodiretto atto di fede.

Un’arte tragica, fredda nelle tonalità ma intimamente caldissima, che con l’innocenza estetica ha deciso di abbandonare l’egoismo di chi la vorrebbe sganciata dall’etica, che in questo Autodafé rimanda al limite imposto dall’incontro con l’Altro non con la violenza dell’arbitrio, quanto con la definizione dello spazio artistico quale confine entro cui l’essere umano, sensibile e non, potrà esercitare autenticamente e con responsabilità la propria esperienza, finalmente libero di uscire «a riveder le stelle».

Lo spettacolo continua all’interno del Festival Verdi
Ala Napoleonica dell’ex Carcere di San Francesco
Piazzale San Francesco, Parma
15, 16, 17, 21, 22 e 23 ottobre

Autodafé
installazione e regia Maria Federica Maestri
imagoturgia Francesco Pititto
disegno sonoro Andrea Azzali
con Domenico Mento (basso), Eugenio Maria Degiacomi (basso)
una selezione del Coro giovanile Ars Canto diretto da Gabriella Corsaro composta da Elena Alfieri, Jacopo Jorge Antonaci, Guido Larghi, Gioele Malvica, Giovanni Pelosi, Giacomo Rastelli e Michelangelo Turchi Sassi
performer Valentina Barbarini, Walter Bastiani, Paolo Maccini, Delfina Rivieri, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera, Sandra Soncini e una selezione degli allievi del laboratorio avanzato di Lenz Pratiche di Teatro
produzione Lenz Fondazione
in collaborazione con Teatro Regio, Festival Verdi, Conservatorio A. Boito di Parma, Ars Canto
commissione del Festival Verdi in prima assoluta

4,00

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