Un ritratto di ordinaria follia (a lieto fine)

Teatro-Colombo-di-ValdottavoI “sogni irrealizzabili” di Bach e Mozart presentati al Teatro Colombo di Valdottavo da Opera Bazar Off e compagnia Teatro della Comunità.

Dopo le Donne in scena per l’8 marzo e i giovanissimi interpreti di Follia d’Operetta, questa volta a essere protagonisti della programmazione di Teatri della Valle del Serchio sono Bach e Mozart, “folli” segregati in un ospedale psichiatrico alle prese con il curioso rituale del diventare altro: la “trascesi”.
Nella semplice e interessante scenografia di Davide Zanni (due porte contrapposte su uno sfondo nero “nullificante”, esplicito e riuscito riferimento al celebre verso di William Blake: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”) si svolge una contrapposizione assoluta, quella tra “mondi” interiori. Piani di esistenza che i protagonisti si trovano a vivere dall’esterno, generando un contrasto – intimo e lacerante – superabile solamente attraverso la negazione del “presente”. Appunto, la trascesi (Bach in Dio, Mozart in una bellissima donna).
E’ quest’ultima, infatti, la strada che entrambi scelgono per tornare a far parte di una quotidianità (anche banale, fatta di famiglia e lavoro) di cui erano stati privati con motivazioni “istituzionali”, la difesa dell’ordine costituito in primis: il primo dall’età di 11 anni, da quando un incidente lo aveva costretto sulla sedia a rotelle – prodromo della sua uscita di senno e dalla “normalità”; il secondo per un carattere particolarmente ribelle che la colletività aveva cercato di disciplinare attraverso la “cura” della punizione (prima) e l’internamento (poi).
Un antagonismo, che scopriremo svolgersi letteralmente sotto gli occhi di tutti, tra esistenza perduta ed esistenza desiderata, all’interno del quale quella attuale “scorrerà” (auto)alienandosi, sospesa in un limbo di sofferenza.
Alle necessità dei due amici di avere una direzione e di ottenere il riconoscimento comunitario (insufficiente, pur confortante, quello “dialogico”/speculare), la follia si contrappone concretamente come continuo e angosciante «ricominciare a fare daccapo» e «ripetere sempre le stesse cose», come “sfogo” di una vita che, nella sua autenticità, risulta intrinsecamente sfuggente alle maglie di ogni determinazione. Un sentiero spezzato al quale gli stessi attori riconosceranno drammaticamente di appartenere: «siamo attori che non arriveranno mai alla prima» (sentenziano perentoriamente in coro). Una opposizione tra volontà di cui risulta impossibile una sintesi, nonostante il lieto fine: aspirazione alla felicità – che non può trovare definizione in comportamenti eterodiretti – da parte dei “malati” (che a tratti, per la loro ingenuità, potranno apparire come bambini) versus tendenza al controllo da parte di uno sguardo “scientifico”, disumano e disumanizzante nel suo reificare le persone a semplici oggetti di osservazione.
Lo spettacolo, va detto, non mostra particolari ambizioni in termini di profondità filosofica (siamo intenzionalmente lontani, per esempio, dalla analisi foucaultiana del Panopticon) e non appare privo di sbavature e ingenuità sul piano squisitamente drammaturgico, sebbene alcune trovate risultino particolarmente interessanti (le citate porte, ma anche – soprattutto in prospettiva – quel finale capace di mettere completamente in discussione l’ovvietà del “titolo” della pièce).
Tuttavia, nonostante una comprensibile caduta di ritmo rispetto allo scioglimento del climax, il limite di questa “leggerezza” generale (nella cui ottica risulta convincente e affiatata la lievità delle interpretazioni degli attori, Marco di Stefano e l’ex detenuto Romeo Martel) rende la rappresentazione idealmente adatta e comprensibile “senza confini” e rappresenta, di conseguenza, la splendida cifra del progetto portato avanti dalla compagnia Teatro della Comunità, sposato/prodotto da Donatella Massimilia (che noi di Persinsala ben conosciamo per il suo lavoro al CETEC): “recuperare la funzione sociale, politica e culturale del teatro” per realizzare attraverso di essa un “incontro tra generazioni” e costruire un ambiente dal quale, grazie all’arte, ogni discriminazione sociale, culturale e di genere viene bandita.

Uno spettacolo, forse banale e tecnicamente imperfetto nel suo tentativo di proporre la follia come estrema forma di resistenza alle dinamiche normalizzanti di un mondo coercitivo, sicuramente delicato e consolante per la prospettiva – quasi fiabesca – dell’essere ribelle che i protagonisti rappresentano, che merita – dunque e comunque – d’essere visto.

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Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Colombo

via comunale 30, Valdottavo, Borgo a Mozzano
Mercoledì 24 aprile alle ore 21

Il progetto di Bach e Mozart
da un testo di Adriano Vianello
regia di Donatella Massimilia e Adriano Vianello,
con Marco Di Stefano e Romeo Martel
musiche di Antonio Ferdinando Di Stefano
scene e luci Davide Zanni
collaborazione artistica Eleonora Vanni e Tanya Khabarova
collaborazione tecnica Sebastiano Vianello ed Eleonora d’Andrea

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