Ritratti d’Autore


Leggendo la rivista semestrale diretta da Anna Maria Monteverdi per l’Università degli Studi di Milano, Connessioni remote, abbiamo scoperto un collettivo di artisti e perfomer che proponevano un’interessante e originale forma di artivismo, il teatro paesaggio.

Partendo da una lunga indagine sul territorio, che li ha portati a stretto contatto con gli abitanti di Rosignano Solvay, i DOM hanno reinterpretato le profonde contraddizioni di un territorio che dipende economicamente dalla fabbrica che ne sta inquinando le acque (ossia la Solvay) e, nel contempo, sebbene garantisca il presente della comunità, ipotechi il suo futuro – dato che l’Italia non è solamente un Paese dove le fonti di inquinamento industriale abbondano, bensì uno Stato dove chi inquina spesso devasta interi territori senza poi essere costretto a risanarli.

Lavorare, quindi, a contatto con l’ambiente per indagarne le relazioni con l’essere umano e viceversa è stata forse la base di partenza perché Delogu fosse scelto e accettasse la sfida di In Situ Italia, un Consorzio formato da quattro realtà molto diverse tra loro, nell’ambito di un progetto europeo pluriennale, che ripensa le forme di creazione e fruizione teatrale in funzione dello spazio pubblico. Uno spazio pubblico che va abitato – dagli artisti/officianti e dagli spettatori/compartecipi del rito laico del teatro – e che, proprio perché pubblico, è ripensato in forma democratica e non meramente commerciale.

Nella prima parte dell’intervista, pubblicata su www.inthenet.eu, abbiamo raccontato cos’è In Situ e quali realtà si sono consorziate nel progetto. In questa seconda parte conosceremo più nel dettaglio il metodo di lavoro e gli scopi di Leonardo Delogu – da DOM alla nuova sfida europea.

Nel corso del progetto quadriennale coinvolgerete anche altre realtà. Può spiegarci chi e per quali fini?
L. D.
: «Come artista associato del progetto italiano ho deciso che inserirò collaborazioni con professionisti che sfuggono dal concetto di teatro, facendo tutt’altri lavori. Questo perché, per me, la contaminazione con altre discipline è basilare ed è sempre stata tra le direzioni della mia ricerca professionale. Nello specifico, mi concentrerò sulle piante e sto quindi cercando botanici, persone che abbiano sviluppato un pensiero sulle forme percettive delle stesse e sulle forme di intelligenza vegetale. Cercherò di costruire relazioni con professionisti nei diversi campi con cui sviluppare una ricerca comune per approfondire tale discorso. Dopodiché proverò a tradurre in esperienze, fruibili e comprensibili per noi umani, le forme di percezione e di comunicazione tipiche delle piante. Tenterò di ideare il modo per fare un’esperienza di quello che chiamo un ‘tempo’ vegetale. E, quindi, estremamente lento e rarefatto – dentro il quale uno dovrebbe scoprire possibilità altre per il proprio corpo. Un discorso che interesserà anche persone non professioniste ma che hanno semplicemente il desiderio di uscire dalla propria dimensione percettiva e di provarne un’altra. Del resto, il ruolo dell’arte penso che sia quello di spostare il punto di vista delle persone: mostrarci a noi stessi come qualcos’altro e non mostrare sempre ciò che già conosciamo. Questa tematica è per me inscritta nella critica al nostro sistema culturale antropocentrico. Tra le tante prospettive che possiamo utilizzare per osservare ciò che è accaduto in quest’ultimo anno e mezzo, potremmo affrontare l’argomento degli allevamenti intensivi – che servono per produrre la carne che riteniamo necessaria ai nostri bisogni ma sono, nel contempo, luoghi che favoriscono lo sviluppo delle pandemie. Non abbandoniamo questo sistema produttivo perché siamo concentrati solamente sulla nostra sopravvivenza, però è altrettanto vero che queste scelte sono frutto di una visione piramidale in cui l’essere umano è in cima e tutti gli altri esseri viventi sono al di sotto. Questa è una percezione auto-centrata. Le piante sono più numerose di noi, con un passato sul nostro pianeta ben più lungo del nostro, e con un livello di adattamento migliore del nostro dato che producono ossigeno rendendo la Terra abitabile anche per noi. Occorre acquisire la capacità di leggersi come una specie tra altre e non come la specie dominante. Ovviamente è una scelta culturale. È importante per me chiedermi cosa metto in discussione nel mio lavoro e quale cultura produco nel momento in cui non mi penso come dominatore ma come parte di un paesaggio più vasto. Le piante possono servire a me, come artista, per portare avanti questo discorso, cosicché possiamo leggerci all’interno di relazioni altre e non dentro alle relazioni di potere che già conosciamo. Il progetto che sto ideando coinvolgerà, quindi, a cascata professionisti di diverse discipline ma anche comunità locali, scienziati e altri artisti».

Laura Budresi ha scritto un saggio per la rivista universitaria, Connessioni Remote, sull’esperienza dei Dom a Rosignano Solvay (ideata anche da lei), definendola come un esito tra artivismo e teatro paesaggio. Ci racconta qualcosa di più della stessa e del suo lavoro in generale?
L. D.
: «Stiamo parlando del nostro primo lavoro, ossia de lavoro fondativo del collettivo. L’idea era quella di fare un lavoro che tenesse insieme l’est e l’ovest. Due territori molto diversi fra loro ma con caratteristiche che denunciavano le medesime problematiche. Si partiva dalle spiagge di Rosignano Solvay, ossia da una tra le spiagge più inquinate d’Europa a causa della fabbrica che produce bicarbonato. Una società che, da una parte, ha prodotto lavoro e ha letteralmente reinventato il territorio – dato che persino il paese ha preso il nome dall’azienda – ma, dall’altra, ha inquinato drammaticamente il territorio. La percezione che si ha, vedendo quella spiagga, è di trovarsi alle Maldive – tanto è vero che è usata come set fotografico. Ma, in realtà, è un territorio tossico. La performance che ideammo nasceva, quindi, dallo stesso territorio dopo un anno di indagini in cui discutemmo a lungo con la popolazione che ci ha raccontò quanto fosse difficile fare una netta distinzione tra chi produce lavoro e chi può ucciderci. Partimmo, quindi, da lì per fare un viaggio a piedi della durata di 12/13 giorni fino ad arrivare sull’altra costa italiana, ossia in Emilia-Romagna – a Santarcangelo – dove replicammo la medesima performance ma all’interno di una cava abbandonata che, negli anni, è diventata un giardino partecipato con le persone. Il nostro collettivo nasce, quindi, per lavorare all’aperto, nel paesaggio, per le medesime ragioni di cui già discutevamo, ossia per uscire dalla scatola teatro in cui al centro c’è sempre l’umano e il racconto dell’umano. Al contrario, volevamo creare situazioni in cui fossero altre le forze in campo. Nello spettacolo che si fa all’aperto partecipa tutto, compresi gli eventi atmosferici, ma anche i cambi di luce o gli animali che passano e, quindi, il lavoro è abitare e gestire ciò che è sconosciuto. Quando occupiamo lo spazio pubblico, ci diamo la possibilità di incontrare lo sconosciuto ovvero quello che non avremmo mai incontrato, evitiamo di chiuderci nella rassicurante bolla delle persone che già conosciamo. Da queste teorizzazioni (e pratiche) nasce il termine ‘teatro paesaggio’, che abbiamo coniato per dare una quale definizione alla ricerca che stiamo portando avanti. Abbiamo cercato di definire un teatro che non è centrato sulla dimensione dell’umano ma che ci racconta come pezzi di paesaggio – in cui la dimensione vegetale, animale e atmosferica hanno la stessa dignità dell’umano. Abbiamo tentato di rinnovare la parola paesaggio che era per certi versi consumata, paesaggio come campo di forze e non come il quadro che osservo dalla finestra. C’è un bellissimo libro del filosofo francese François Jullien, intitolato Vivere di paesaggio (O l’impensato della ragione, Mimesis, 2017, n.d.g.), che arriva a dire le stesse cose: il paesaggio è un campo di forze in cui hanno pari dignità tutti i soggetti e l’insieme dei soggetti ingenera il paesaggio. Il racconto di questo campo di forze è il teatro paesaggio».

Nella foto: La Costa Toscana, dove sorge anche Rosignano Solvay. Foto di Luciano Uggè (tutti i diritti riservati).

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